domenica, 12 marzo 2006, ore 01:27

un sabato di freddo intenso, pioggia e poco azzurro nel cielo; voglia di far niente e pomeriggio passato in pigiama davanti al pc. Poi, prima di intristirmi del tutto, ho deciso di uscire. Alle sette era prevista la presentazione del nuovo libro di Francesco Abate, giornalista e dj della mia città "Getsemani". E poi in un teatrino là vicino c'era una performance di Joe Perrino, al secolo Nicola Macciò, musicista e cantante. La presentazione non l'ho vista, sono arrivata in ritardo e il cinema che la ospitava era letteralmente strapieno; dopo pochi minuti nel foyer a salutare un po' di facce conosciute ho deciso di abbandonare il campo. Per ammazzare l'attesa dello spettacolo di Nicola, ho fatto due passi (rischiando il congelamento), comprato due quotidiani (mi mancavano solo quelli per completare il giro di recensioni di Dracula. La malattia mi ha preso completamente, manco mi avesse davvero morso coi suoi affascinantissimi canini .... ). Poi mi son seduta a un tavolino dello sciccosissimo "Codice 5" dove ho bevuto un the arancia e cannella e mangiato una proibitissima fetta di torta al cioccolato. Ho letto la recensione, poi sono uscita e ho fumato una sigaretta avviandomi al teatro club. Ho aspettato per un quarto d'ora (la mia sinusite si lamenta a gran voce) che arrivassero due amici, e finalmente ci siamo accomodati. Il teatro è piccolissimo, un po' sgarrupato. Di quelli che si capisce che son mandati avanti senza soldi ma con moltissima passione. Promette bene. Dopo breve attesa, si apre il polveroso sipario color oro sbiadito, e sul palcoscenico si materializzano un pianista con pianoforte mezza coda nero scintillante, un bassista basso coi baffi, un divano rosso fuoco con schienale asimmetrico. Entra in scena il protagonista: Nicola/Joe in pigiama grigio argento di raso a righe, aperto su canotta nera da cui fanno capolino i suoi famosi tatuaggi. Capello lungo, qualche orecchino, pizzetto d'ordinanza, gli occhi più espressivi che mai. Passeggia sul palco, si siede sul divano, poi si alza e passeggia di nuovo mentre racconta un monologo inframezzato dalle sue canzoni. La storia è quella di un uomo qualunque, impiegato delle poste, che un bel giorno, stufo di subìre gli sfoghi degli "utenti" che si lamentano con lui per le bollette sempre più care e per le code sempre più lunghe e per i terminali-di-ultima-generazione che però puntualmente si bloccano, si fa licenziare dopo aver preso a calci nel culo l'ennesima cliente-bellona arrogante e maleducata. Molla la macchina in mezzo al traffico e cammina a piedi per le strade annusando la primavera e il cielo azzurro. Torna a casa felice e grondante libertà riconquistata, ma ovviamente sua moglie non apprezza il gesto. E nel giro di poco tempo lo molla portandosi via i figli. Mondino, questo il suo nome, si rifugia nel suo avvolgente divano, comodo comodo, al riparo tra le mura della sua casa;  come unica finestra sul mondo, la tv. Le canzoni di Nicola sono bellissime, linguaggio semplice ma con brillanti fraseggi poetici, la sua voce roca il giusto, da rocker consumato in versione acustica (e si sente che cantare è il suo mestiere), e scandiscono il racconto di questa vita ritrovata in cui c'è spazio anche per le grandi domande, per la ricerca di un Dio che nei suoi sogni ha l'aspetto dell'orsacchiotto di pezza del suo io-bambino in dimensioni però esagerate. Dopo aver cercato di recuperare la socialità in una classica serata pizza-drink nei soliti locali, in cui ritrova i vecchi amici e i generosi barman, e si ritrova ancora e di nuovo solo e disilluso, decide è meglio, molto meglio, stare a casa. Al sicuro tra mura amiche, sull'amico divano, al riparo da ogni male e dai mali del mondo. 
La conclusione,  a sorpresa, vede il protagonista che in uno strip al contrario toglie il pigiama e indossa un abito scuro, per rivelarci che alla fine un altro lavoro l'aveva cercato. E trovato. Ora, vende divani....

Ho trovato lo spettacolo davvero molto bello. Le canzoni sono tutte belle e intense,  non mi hanno convinto del tutto invece i recitati di collegamento. Alcuni spunti andavano, secondo me, approfonditi e magari curati di più nel lessico (sono fissata con le parole, io!). Però splendida la scelta dell'argomento, lo sviluppo e l'idea originale per parlare di un disagio e di un malessere molto attuali. E davvero una bella presenza scenica di Joe Perrino. Bravo!

Seventhwave
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